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Nella prefazione di questo agile e piacevole libretto, Giangaetano Bartolomei avverte esplicitamente che si tratta di un testo scritto e pensato per i pazienti. Se ne propongo qui la lettura anche agli addetti ai lavori è da un lato perché ritengo che esso offra loro lo spunto per un utile esercizio mentale, quello di mettersi nei panni dei loro assistiti, e di provare a guardarsi con gli occhi con cui essi li guardano; dall'altro perché penso che Bartolomei abbia usato l'artificio di un testo divulgativo per poter dire cose altrimenti impossibili in un testo prettamente tecnico. La facilità espositiva non deve trarre in inganno: il libro è il prodotto di un sicuro spessore culturale e di una indiscutibile capacità di maneggiare la materia, che non hanno bisogno di citazioni e bibliografia per rendersi palesi.
I tempi dell'analisi personale sono più o meno remoti per gli analisti, però non farebbe certo male di tanto in tanto ritornarvi, almeno con la memoria, e riprovare le sensazioni allora vissute. La lettura del libro accompagna in quelli che sono i primi passi del percorso analitico, la scelta dell'analista giusto, o meglio dell'analista «sufficientemente buono», perché, Bartolomei ci tiene a ripeterlo, un analista perfetto non esiste. Il fatto di mettersi dichiaratamente nell'angolo visuale del paziente, unito all'estrema schiettezza del linguaggio, ci propongono dei quadri che forse oggi fanno sorridere ma che sono stati - tragicamente - parte della storia della psicoanalisi: come quello del paziente mortificato dal vedere ostentata pacchianamente la ricchezza dell'analista che aveva messo in sala d'attesa due levrieri, o l'ossessione di non dare la mano al momento del commiato in nome del principio di astinenza. Il paziente è guidato in quello che è il sacrario dell'analisi, attraverso una serie di istruzioni che, anche se involontariamente, finiscono con l'essere demistificanti. L'analista, è vero, ha potere, e deve anche usarlo, però a beneficio del pazient