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Freud non amava rilasciare interviste. I due testi che seguono sono di incerta provenienza e di dubbia autenticità. È impossibile, almeno sinora, accertarne l'origine, la lingua, l'occasione, malgrado le ricerche al riguardo di chi li ha fatti conoscere sulla splendida rivista Luzifer-Amor, che si pubblica a Tübingen da qualche anno. E tuttavia il ‘genere’, inviso a Freud e giustamente, può facilitare l'intelligenza di alcune osservazioni che ci sono familiari da altri testi e dalla corrispondenza di Freud con allievi e seguaci, per il tono colloquiale e, almeno apparentemente, non particolarmente impegnato. Freud non poteva fare a meno di pensare e di essere intelligente, non importa dove e con chi, ossia di implicare sempre il rigore del pensiero e della sua formulazione. Il Freud di queste interviste – se mai esse sono avvenute – è malato, ha settant'anni, le operazioni alla mascella si sono susseguite con dolori atroci e successi parziali, la pratica analitica si è dovuta ridurre a pochi pazienti al giorno (non più di cinque), è morto Abraham, che si era lasciato illudere sulla gravità della sua malattia. Freud pensa che il prossimo incontro con i membri del comitato sarà il suo ultimo, ma affetta di essere sereno, non in vista di un qualsiasi futuro di sopravvivenza, ma nella certezza di aver compiuto un tragitto di vita operosa e di aver contribuito a costruire una conoscenza senza illusioni, forse una scienza. Espressioni simili a quelle delle interviste si ritrovano nella corrispondenza. Un po' troppo simili, sino a far dubitare che esse siano il risultato di una serie di citazioni. Scrive Freud, ad esempio, a Ferenczi nel 1926: «Può esserci una radice psichica, ma non dimentichiamoci che anche il morire ha le sue radici psichiche e rimane dubbio se proprio quella può essere dominata dall'analisi, infine, se a settant'anni non si ha diritto al riposo, di qualsiasi tipo esso possa essere…». E a Eitigon, il 19 marzo dello stesso anno: «È presente, in modo dete