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Molte cose andrebbero cambiate. (…) Sopra ogni altra cosa è pero necessario far posto, nell'opinione pubblica, alla libera discussione sui problemi della vita sessuale; se ne deve poter parlare senza essere dichiarati mestatori o persone che speculano su istinti deteriori. E tutto ciò costituisce un lavoro sufficiente per tutto il secolo venturo, durante il quale la società dovrà imparare a tollerare le esigenze della nostra sessualità! (Freud, Sessualità nell'etiologia delle nevrosi, , p. 411)
In pubblico, Sigmund Freud si definiva come una persona dotata di «uno stato di perfetta sanità psichica» (Freud, , p. 427); in privato, tuttavia, era pronto ad ammettere di avere sempre considerato il proprio carattere come appartenente al tipo «ossessivo» (Freud, , p. 82). E non c'è dubbio che noi posteri siamo stati molto arricchiti dal fatto che, in più di un'occasione (Freud, , pp. 266-7; , pp. 219-20) e in modo non ambiguo, il fondatore della psicoanalisi non si sia trattenuto dal dare dimostrazioni evidenti, nella sua corrispondenza privata, della sua propensione al delirio cognitivo, al pensiero ossessivo e all'interpretazione paranoide della realtà, elementi che hanno così squisitamente caratterizzato il suo lavoro nel suo insieme (v. Swales, , pp. 315-6), e dal fatto che egli ci abbia offerto una sorta di illuminazione psicologica. Dando credito a una specie di «licenza fatalistica» e affidandosi regolarmente alla «condiscendenza del destino» nella sua continua ricerca di tutti gli spunti che potessero alimentare e gratificare le sue concezioni grandiose, le sue preoccupazioni morbose/erotiche, la sua diffidenza superstiziosa e le sue inclinazioni quasi mistiche, Freud era sempre capace di arrivare a individuare in ogni donna Elena di Troia (Freud, , pp. 219-20) o a riconoscere il cappello di C.G. Jung sulla testa di un numero pressoché infinito di estranei incrociati per le strade di Amburgo e di Berlino (ivi, p. 248). E dunque, nelle pagine che seguono, attraverso