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Una volta emessa la sentenza, e poi che le due donne in contesa, la madre vera e la madre falsa, furono uscite avviandosi ognuna verso il proprio giusto destino, Salomone si diresse a sua volta verso l'alto portale di bronzo che separava la sala dei giudizi dal giardino ricco di fiori e di piante che circondava la dimora privata del re. All'inizio di tale percorso, Salomone pensava che si sarebbe ritirato nelle proprie stanze per riposare dopo tante ore di lavoro, durante le quali era stato impegnato a prendere in considerazione situazioni umane, sovente intricate e contraddittorie. Il suo acume e la sua capacità di controllo gli erano d'aiuto in questo ruolo, che però comportava una vigilanza e una consapevolezza continue, ma il re amava questo lavoro e per questo ne accettava la fatica: un particolare stato di disagio che anche a quel tempo poteva rassomigliare a ciò che oggi, in determinate situazioni connesse con l'attività umana, ravvisiamo come causa del cosiddetto stress. Questa volta, però, dopo l'ultimo giudizio, Salomone si accorse di essere affranto, e perfino un po' triste. Era una sensazione nuova che, inspiegabilmente, lo induceva a pensare ad epoche e fatti non appartenenti al presente, e neppure al passato. Piuttosto ad epoche e secoli di là da venire, che avrebbero riguardato generazioni umane con modalità di vita quasi inimmaginabili per gli uomini del suo tempo. Riflettendo su queste cose, egli camminava lungo i vialetti del suo giardino, e quando fu giunto sotto i rami di un grande albero fiorito, decise di concedersi una sosta. Fece segno al giovane valletto che lo seguiva di distendere un tappeto e subito vi si sdraiò, dopo avergli chiesto di allontanarsi. «Voglio restarmene un po' solo - si disse - voglio chiudere gli occhi e pensare. C'è qualcosa che, c'è qualcosa… Forse vorrei ricordare…».
Senza rendersi pienamente conto che stava passando dalla veglia al sonno, Salomone si trovò intento a sognare, e in certo modo anche quello era un lavoro,