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Generalmente gli psicoanalisti sono molto attenti alla protezione della propria vita privata e a una misurata custodia della propria intimità, considerando giustamente il riserbo una condizione necessaria per svolgere al meglio la propria professione. I propri sentimenti, le proprie emozioni sono presenti nella stanza di analisi e vengono a contatto con quelli del paziente; soprattutto negli ultimi anni è aumentata la tendenza a riconoscere la loro presenza nella costruzione del campo analitico, oltreché la loro utilizzazione ed elaborazione controtransferale nella relazione analitica. Raramente, però, i sentimenti di un analista, le sue passioni, le sue opzioni ideologi che vengono fuori nella dimensione pubblica. Ovviamente le eccezioni sono non poche; mi vengono in mente gli psicoanalisti scrittori (in Italia fra gli altri ricordo Bolognini, Conforto, Lucchin, Morpurgo, Musatti, Schön); ricordo altresì che Dario De Martis, mettendo da parte antiche e radicate remore, fu eletto consigliere comunale a Pavia; infine rammento l'impegno sociale di alcuni di noi: Luciana Nissim Momigliano, che ha più volte denunciato gli orrori dei campi di concentramento e più recentemente Iole Oberti, che ha coordinato l'équipe di psicologi italiani in Kosovo. Molti altri, e chiedo scusa se non vengono citati, hanno professato con coraggio le proprie idee politiche e altri ancora hanno manifestato con un impegno inversamente proporzionale al clamore profondi interessi sociali; nonostante questi importanti e nobili esempi, esiste una sorta di ritrosia a dare spazio alla passione civile, che è o do vrebbe essere una parte consistente del nostro essere animali sociali e a integrarla con il lavoro nella stanza d'analisi. Se fino a pochi anni fa si è sostenuto il valore della scissione funzionale fra mondo privato (e privato che sfocia nel pubblico) dell'analista e lavoro psicoanalitico, sempre più si assiste a una messa in crisi di questo assunto, spesso considerato irrealistico.
Puget e