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Ho provato a fare una piccola ricerca. Ho isolato dai contesti in cui figurano (ed è un errore, naturalmente) alcuni concetti propri della psicoanalisi. Sempre ripetuti, usati a proposito e a sproposito, essi hanno finito per costituire una sorta di gergo, più che di lingua, di riferimento. Basta pronunciare uno di essi per sapere di che cosa si sta parlando e come si intende parlarne. Essi figurano in tutti i dizionari di psicoanalisi, a partire dal Laplanche-Pontalis, e compaiono purtroppo negli sciagurati «interventi» degli psicologi chiamati a spiegare perché la figlia ha ucciso la madre e il fratello, e temo, ora, perché i terroristi sono così pronti a sacrificare se stessi. Temo il riapparire sui quotidiani dell'espressione «pulsione di morte», che in questo caso servirebbe a rassicurare tutti perché finalmente sappiamo di che cosa si tratta, abbiamo il nome della cosa e, talvolta, il nome del farmaco adatto.
La diffusione di questi termini, tuttavia, ha finito per isolarli dal contesto, così come io mi sono ripromesso di fare per questo intervento, ma per uno scopo diverso: usarli, cioè, ma senza più interrogarli, nominarli, per alludere a qualcosa che si presuppone nota e non più passibile di interrogazione, una sorta di terminologia «vera» che agisce come diagnosi e cura insieme, che riflette una competenza ormai acquisita una volta per sempre.
Mi riprometto di fare proprio il contrario. Ho scelto pochi termini: Besetzung (investimento, carica); Verschiebung (spostamento); Übertragung (traslazione, transfert); Verdrängung (rimozione). Non sono fra i più usati, nel gergo «laico», ma sono, credo, sufficientemente noti. Ho usato il termine tedesco perché nessuno di essi è traducibile in un'altra lingua. Come è noto, non sono termini coniati da Freud, ma sono parole normali, non tecniche, parole della lingua d'uso, che hanno finito per assumere un significato particolare nella lingua della psicoanalisi. Un significato particolare, ma non contrario a