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Strano destino quello del concetto di alleanza terapeutica. Come forse nessun altro componente del pur vasto armamentario concettuale della teoria della tecnica psicoanalitica, esso è in grado di dividere il campo degli addetti ai lavori in due nette schiere di sostenitori e di detrattori, i primi pronti a giurare sulla totale fantasmaticità della sua essenza e sulla sua fondamentale indistinguibilità dal concetto di transfert, i secondi fermi nel sottoscriverne l'irrinunciabilità e lucidi nell'accusare i primi di utilizzarlo senza ammetterlo. E per tutti quelli che se ne occupano, sembra vero l'adagio sul quale Agostino soleva ritornare quando gli chiedevano che cos'era il tempo: «Se non me lo domando, so che cos'è; se cerco di definirlo, non lo so più».
Vagheggiato nelle prospettive teoriche dei più diversi autori sin dai primordi della tecnica analitica, il concetto di alleanza sembra implicito nelle considerazioni espresse da Freud a proposito del «transfert positivo irreprensibile» e nell'affidamento che egli faceva sulle capacità razionali del paziente di comprendere quanto stava avvenendo tra se stesso e l'analista. Il primo, storico sistematizzatore dell'alleanza terapeutica viene universalmente individuato in Sterba, con la sua delineazione dell'analisi in quanto esperienza finalizzata alla creazione di una scissione dell'Io, con la successiva formazione di un Io osservante e di un Io sperimentante: sarebbe appunto l'alleanza dell'analista con l'Io osservante del paziente a consentire il progresso del trattamento. Riprendendo la delineazione di Sterba, anche Fenichel si allinea su posizioni simili con la sua proposta di riconoscere l'esistenza di un «transfert razionale», la cui produzione da parte del paziente sarebbe condizione necessaria per il successo dell'impresa analitica.