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Le 671 lettere scambiate tra Freud e Jones coprono un arco di trent'anni, dal al , e sono ora pubblicate in italiano, precedute da due interessantissimi saggi: l'introduzione, di Riccardo Steiner, e la presentazione all'edizione italiana, di Franco Borgogno. Colpisce la differenza tra questo carteggio (completo) e quelli, ad esempio, tra Freud e Abraham, Ferenczi e Jung, un carteggio in cui emergono costantemente le grandi differenze che separarono i due uomini, differenze di età, di background, di cultura, di visione del mondo, e di atteggiamento verso la psicoanalisi stessa. La diffidenza di Freud, espressa fin dall'inizio verso il medico gallese, riemerge nel corso degli anni, talvolta con accenti che lasciano sorpresi per la crudezza e la severità di giudizio. Dall'altra parte, competitività verso i «fratelli», ammirazione e bisogno di riconoscimento verso il Maestro e volontà, tenacia e ambizione, si mescolano alle discussioni scientifiche, cliniche, organizzative e amministrative (queste due ultime ricorrenti ed estese su una molteplicità di argomenti diversi). Da un certo momento in poi non ci si può sottrarre alla sensazione che le lettere vengano scritte anche pensando ad un pubblico di posteri, mentre rimarrà deluso chi andrà alla ricerca di disquisizioni accurate sulla tecnica e sulla teoria della psicoanalisi, anche se alcuni cenni – ad esempio alla «questione Klein», alle «distanze» tra Vienna e Londra, e al concetto di pulsione di morte – gettano luce su taluni disaccordi che hanno impegnato fortemente i due uomini – e non soltanto loro. In specie, il disaccordo su Melanie Klein coinvolge a livello emotivo sia Jones (i cui due figli erano stati curati dalla Klein, e che rimprovera a Freud stesso l'inadeguato training seguito da Anna), sia Freud, che difende sua figlia, elogiandone l'analisi – «Posso assicurarLe che Anna é stata analizzata più a lungo e più approfonditamente di Lei, per fare un esempio» (p. ) – ma tace sul fatto che lui stesso ne er