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Richiamandosi alle indagini e al metodo “archeologici” di Foucault, il testo cerca di mettere a fuoco il rapporto tra “nascita” della pratica analitica e tradizione clinica medico-psichiatrica, leggendovi il venire a confronto di due sistemi semiotici, due “regimi di visibilità e dicibilità”, e dunque due “saperi” confinanti ma discontinui, la cui demarcazione chiede peraltro di essere continuamente riverificata. In questa prospettiva, l'articolo, ben lontano dall'esaurire il suo argomento, e gli interrogativi da esso implicati (si può parlare, a rigore di termini, di una “clinica” psicoanalitica? Perché Freud smette ad un tratto, e così presto, di scrivere resoconti analitici?), ne ricava e prospetta un'ulteriore linea di ricerca. Quella cioè di un ripensamento “archeologico” interno alla storia della pratica analitica, capace di distinguere, tra le trasformazioni che non hanno smesso di movimentarla, le revisioni che restano inscritte nel suo “campo” istitutivo da quelle che, rispetto all'operazione freudiana, rappresentano mutazioni o sconfinamenti ad essa inconciliabili.