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L'autore ripercorre un dibattito ormai pluridecennale, ordinandolo sulla falsariga delle differenti strategie adottate ai fini del confronto – strategie che inevitabilmente suppongono opzioni sul rapporto mente-corpo, sul metodo scientifico e su ciò che è davvero rilevante nell'eterogeneo corpus psicoanalitico. L'autore conclude, di fronte al tracollo della metapsicologia freudiana, per l'assoluta necessità del confronto, laddove si vogliano formulare leggi generali su struttura e funzionamento della mente. Tuttavia ritiene che vi siano aspetti alquanto specifici della dottrina e prassi psicoanalitiche, ad oggi non riconducibili ai modelli e ai metodi adottati in sede di scienze cognitive. Da una parte il riferimento va al tasso di singolarità e di individualità storica con cui ha a che fare l'attività interpretativo-esplicativa della psicoanalisi. D'altra parte la plurivocità del significato di un concreto comportamento, e a maggior ragione del linguaggio che lo descrive, trova illuminazioni per lo più contestuali. Pertanto le teorie generali introdotte per determinare l'effettiva motivazione – quelle principalmente soggette a verifica – hanno al più un valore euristico, mentre i pur duttili metodi di ricerca empirica sembrano inadeguati, nella misura in cui trascurano le peculiarità del linguaggio nella comunicazione analitica.