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Non c'è dubbio che una tendenza della psicoanalisi contemporanea sia quella di diventare sempre di più una fenomenologia. Con questo non si vuole esprimere una valutazione pro o contro una determinata opzione. Il problema è che Freud vide la psicoanalisi nettamente in opposizione alle idee portanti della fenomenologia. Rimane quindi da spiegare come mai questo viraggio non venga maggiormente sottolineato, non ci si chieda cosa significhi per il destino della psicoanalisi, e soprattutto perché non si debbano chiamare le cose col loro nome.
Ma vediamo meglio in che senso si può affermare che la psicoanalisi si sia trasformata in fenomenologia. Non si tratta tanto del filone kohutiano o dei cosiddetti intersoggettivisti, quanto di sviluppi le cui prime avvisaglie si possono scorgere già con l'evoluzione del pensiero kleiniano. In origine il kleinismo clinico si caratterizzava per l'utilizzo della interpretazione come strumento terapeutico par excellence, interpretazione che doveva essere profonda e “vera”, utilizzata persino con bambini e psicotici. Quindi si caratterizzava in un modo psicoanalitico per così dire “forte”, differenziandosi dalla tecnica insegnata da Anna Freud che invece privilegiava una attenta valutazione delle difese, cioè dell'Io, e quindi una attenzione per il livello di sviluppo (questa tendenza sarà formalizzata dalla fine degli anni 1930 da Hartmann e dagli psicologi dell'Io che caratterizzeranno l'identità della psicoanalisi nordamericana, oggi criticati da più parti negli stessi Stati Uniti).
In seguito, con gli sviluppi post-kleiniani, soprattutto grazie a Bion, si assiste a una decisa inversione di tendenza. Non solo non si privilegia lo strumento della interpretazione, ma anzi si dice espressamente che non è indicata con determinati pazienti, privilegiando tecniche quali il “contenimento” delle parti scisse e proiettate del paziente e così via. Una volta che determinate modifiche vengono proposte per circoscritte aree diagnostiche, gradualmen