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Con questo editoriale inizia la mia “collaborazione” a Psicoterapia e Scienze Umane. La mia interpretazione del compito di direzione, nel quadro della funzione assegnata alla rivista, escludeva la personalizzazione, per quanto possibile. Infatti fin dall'inizio avevamo voluto creare uno spazio di dibattiti, spesso contradditori e mantenendo defilata la posizione della direzione: la dialettica argomentativa doveva, a nostro avviso, emergere proprio dalle contrapposizioni, nel rispetto del pensiero altrui, con attenzione alla coerenza interna dei discorsi. Questo mi pareva, e mi pare ancora, corretto nei confronti della storia stessa e dell'evoluzione delle discipline di cui ci occupiamo. Quarant'anni di storia della rivista possono testimoniare questo servizio. Per questo motivo molti miei contributi sono apparsi in altre riviste o volumi, in particolare quando la connotazione polemica risultava troppo esplicita, anche se per me necessaria. Scaricato ora parzialmente dal ruolo di direttore (Migone col prossimo anno assumerà anche la carica di direttore responsabile, figura giuridicamente obbligatoria), profitterò di un certo numero di pagine nell'ambito della nuova rubrica “Tracce”, che condurrò con Alberto Merini, per dare corso a un progetto che ho in animo da molto tempo: quello cioè di dare voce a una microstoria, con la carica di storia emozionale dell'aneddotica sottratta alle storiografie accademiche. Attraverserò vari incroci dei campi di attività nei quali ho operato ed opero, dalla psichiatria alla psicologia alla psicoterapia, alla formazione, all'editoria, alle vicissitudini istituzionali percorse in tanti anni. Il progetto era (e rimane) quello di un libro dal titolo “Mummia ridens. Cinquant'anni nella psicoanalisi e dintorni”. Ora sono cinquanta, ma in origine erano trenta, diventati poi quaranta.
L'idea nacque quando, all'inizio degli anni 1980, arrivarono alla rivista alcuni articoli sul permesso di ridere in analisi, spiegando con molta serietà come,