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L'editoriale di Paolo Migone suscita molti punti di interesse, ma anche qualche riserva. Migone prende spunto dal legame fra fenomenologia e talune tendenze psicoanalitiche per mettere in luce alcuni punti nodali del fare psicoanalisi, e porre questioni centrali relative alla natura della operazione terapeutica. Nel fare questo, utilizza concetti che rischiano tuttavia di essere riduttivi rispetto alla storia e al rilievo della fenomenologia nell'ambito della conoscenza, perpetuando così quel destino di perdita della unità di senso che ha spesso caratterizzato il riferimento al complesso lavoro teorico di Husserl.
La fenomenologia rappresentava per Husserl un progetto molto ambizioso: il tentativo di un nuovo modo di fare scienza che, riproponendo la questione della natura del conoscere, e condotto pertanto a interrogare i fenomeni secondo il loro senso, portava ad un rivolgimento totale rispetto alle scienze ormai familiari e allo stesso senso comune. Il tentativo nasce dalla insoddisfazione per quell'approccio “naturalistico” che crede di potersi rivolgere in forma neutrale a degli “oggetti”, prescindendo dal soggetto, perfino quando questi riguardano aspetti della coscienza e del mentale, in una strada che non ha di fatto risposto a nessuna domanda fondamentale. Husserl, con tratti simili all'approccio cartesiano, torna invece all'origine, utilizzando l'epochè, cioè la messa fra parentesi di tutte le teorie e di tutta la conoscenza (oggi diremmo “di senso comune”) sul mondo e noi stessi, per poter ricostruire il sapere dalle basi, a partire dall'esperienza vissuta. L'“essere con”, cui fa riferimento Paolo Migone, è un punto centrale, tematizzato ampiamente (basti pensare a Binswanger e Blankenburg sul versante più strettamente fenomenologico, o ad autori che alla fenomenologia attingono, come Benedetti). Però appare necessario chiarire che non rappresenta né solo