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Il documento che segue, che in pochi giorni ha raccolto moltissime adesioni, era stato pensato come momento di pressione critica nei confronti di quel particolare punto della Riforma della Giustizia che prevede l'uso di test o colloqui psicoattitudinali, per la selezione dei candidati ai concorsi di magistratura. Nel frattempo, con una rapidità che non corrisponde agli standard cui siamo abituati, il Parlamento ha approvato il decreto che contiene tra l'altro l'attivazione di quelle procedure. Secondo una mera logica di tempestività giornalistica, tutta questa iniziativa dovrebbe, a questo punto, venir considerata come ormai “inattuale”, essendo di fatto superata dagli eventi.
Ci sembra, al contrario, che essa, se possibile, acquisti ora più chiaro significato e valore: certo, nessuno avrebbe potuto credere che un'opposizione espressa dalla nostra parte, per quanto ampia e qualificata, avrebbe potuto incidere sugli obiettivi delle parti politiche e sui rapporti di forza attualmente esistenti tra di loro. Il senso del messaggio contenuto nel documento deve perciò essere inteso come rivolto innanzitutto alla coscienza critica degli operatori nel mondo psy, più che “immediatamente” a interlocutori politico-istituzionali: ciò che in esso si intende difendere è l'autonomia della nostra cultura professionale, prima ancora che quella della magistratura.
In questa prospettiva, riteniamo di poter affermare che le sottoscrizioni e le adesioni ricevute, che non a caso continuano a pervenire, ben dopo la data dell'approvazione parlamentare del Decreto, dovrebbero concretare la propria efficacia nell'avvio di una mobilitazione prospettica più che nella condivisione di una valutazione già passata in prescrizione.