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Il titolo Ubi maior deriva dal detto medioevale ubi maior minor cessat, più o meno “dove c'è chi sa di più, chi ha più potere, chi sa di meno deve farsi da parte”. Si riferisce ovviamente anche alla strutturale asimmetria della relazione tra analista ed analizzato, dove il terapeuta può assumere un atteggiamento autoritario o, al contrario, quello dell'“autorità funzionale”, come il genitore che usa il legame di dipendenza non per vincolare a sé il “minor”, ma per emanciparlo. Fin dal titolo, dunque, l'autore ribadisce apertamente che per lui la psicoanalisi è prima di tutto cura, «a dispetto di tutte le mode culturali e pseudo-culturali che assegnano alla psicoanalisi finalità diverse» (p. 14). Mode, aggiungo a mia volta, che con l'alibi dell'ideologia paritaria e “democratica” eludono la fatica e la responsabilità di prendersi cura del paziente, soprattutto del paziente grave.
Il sottotitolo, invece, parla di “lacerazioni”, un termine drammatico e fortemente evocativo per indicare danni all'integrità dell'Io o del Sé; non nette divisioni a fil di spada, ma bordi sfrangiati, dolenti, strappati. In questo modo spesso nella clinica, nelle metafore e nei sogni dei pazienti ci accade di veder rappresentati gli esiti infelici dei celebrati processi di separazione-individuazione, della tormentata uscita da quegli stati – per dirla con altri modelli – di fusione o di simbiosi, che quasi mai sono “semplici”, “puliti”; più spesso in queste guerre di confine residuano parti di sé e dell'altro, confuse, reclamate, depositate.
Ciò che pertiene all'analista dunque, proseguendo in questa metafora corporea, è offrire un rapporto curativo che consenta prima di ogni cosa di far emergere e quindi