You do not currently have permission to view the full text for this document. Please sign in to an account with an active subscription or contact support.
Intervengo sulla questione della selezione psicoattitudinale dei magistrati, nella veste di psicologo clinico e psicoterapeuta, psicologo dell'organizzazione e psicologo giuridico, con lo scopo di offrire ulteriori materiali di riflessione nel contesto di un dibattito che coinvolge, simultaneamente, aspetti scientifici teorico-metodologici, professionali, etici, e di gestione degli ambiti applicativi (e di potere) della professione di psicologo. Vi è solo da evidenziare, in principio, l'estrema difficoltà di ragionare con animo sereno su una problematica come questa, visto il contesto socio-politico in cui è collocata e le evidenti implicazioni ideologico-politiche che porta con sé e da cui è condizionata.
Le questioni della possibilità, legittimità, praticabilità e opportunità di procedere ad una individuazione dei futuri magistrati non solo su base culturale, curriculare e tecnicistica, ma anche sulla base del riscontro di qualità personali sono da collegare a due ordini di considerazioni. Il primo è relativo alla intuitiva necessità di disporre di persone il più possibile affidabili nello svolgimento di professioni ad elevato impatto sociale, umano, etico, professionale ed istituzionale. Ciò non vale, quindi, solo per i magistrati, ma interessa tutti coloro che operano all'interno dei grandi sistemi sociali di base: istruzione, sanità, sicurezza, prevenzione, pena, e responsabili della res publica. La seconda considerazione verte sul contesto in cui tale scelta dovrebbe attuarsi e sulle possibilità di seguire nel corso della carriera il soggetto, aiutandone lo sviluppo e/o prevenendone la degenerazione: al momento attuale, il contenitore nel quale posizionare una eventuale prova psico-attitudinale per i futuri magistrati è costituito dal