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«L'opera di Janet può essere paragonata ad una grande città sepolta sotto le ceneri, come Pompei. Il destino di una città sepolta è incerto: può restare sepolta per sempre; può rimanere nascosta ed essere saccheggiata dai predoni. Ma è anche possibile che un giorno sia dissotterrata e riportata in vita» (H.F. Ellenberger , La scoperta dell'inconscio, , p. 474). Quanto Ellenberger affermava si è in gran parte avverato: dopo decenni di silenzio e di saccheggio, alcune delle intuizioni del filosofo e psichiatra francese sono state riprese ed utilizzate. La nozione di dissociazione della coscienza, il concetto di tensione psicologica e di fonction du réel sono ormai ampiamente rientrati nel lessico psichiatrico ed ampiamente utilizzati, ad esempio per la comprensione della depressione. A questo proposito può essere utile consultare il libro di A. Ehrenberg che in La fatica di essere se stessi. Depressione e società (Torino: Einaudi, ) con molto acume ripropone l'importanza ed il ruolo di Janet nell'attuale concezione della depressione.
La riscoperta di Janet, cronologicamente in stretta correlazione con la messa in discussione dell'edificio metapsicologico freudiano, è la riscoperta di un pensiero che, seppur con i limiti segnati dal tempo, riconoscendo e ricollegandosi alle scoperte empiriche dei magnetizzatori, i quali avevano intuito nell'atto terapeutico l'importanza del “rapporto”, risolve quella cesura storica e culturale operata dalla psicoanalisi, che riteneva essersi autogenerata e soprattutto basava l'atto terapeutico sulla neutralità del terapeuta. Comunque le opere di Janet rimangono perlopiù sconosciute al grande