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Da qualche tempo si è animato a livello politico e tecnico un dibattito (dai toni talvolta accesi e polemici) sulla Legge 180 e la sua eventuale rivisitazione. Il “mondo” psichiatrico (nei documenti ufficiali, nelle liste di discussione on-line, nelle posizioni di società ed associazioni) ha preso decisamente posizione contro le proposte dei vari politici che hanno avuto l'“ardire” di mettere mano alla legge di riforma psichiatrica, con posizioni, in verità, spesso aprioristiche ed acritiche, che, almeno solo per quanto tali, chi scrive non condivide.
A mio avviso, a distanza di quasi trent'anni dalla promulgazione della Legge 180, la psichiatria (forse più di ogni altro settore della sanità) ha l'obbligo di porsi concretamente il problema della sua più concreta collocazione all'interno del profondo cambiamento culturale, gestionale ed organizzativo che è in atto nella sanità e che ancora non si è affatto realizzato: il “tanto rumor per nulla” dell'ECM (che ha soltanto arricchito qualche tasca, ma non certo formato meglio gli operatori!), la dipartimentalizzazione a “compartimenti” (che ha creato soltanto nuovi “poteri” da “vecchi” dirigenti), il controllo della spesa (che ha soltanto “settorializzato” gli sprechi attribuendo etichette di “qualità” ad interventi non controllati e verificati) sono solo alcuni dei tanti esempi che si potrebbero fare. Ecco perché non si tratta solo di un problema di posizioni di parte o di “partito”, né di urgenza normativa (tipo l'immediato pre-180), ma di dimostrarsi capaci di “parlare con la politica”, proponendosi con argomentazioni credibili e plausibili, che non siano frutto di divisioni e battibecchi da bar dello sport, ma che traggano proprio dall'esperienza di ognuno la forza per essere condivise, fatte proprie e portate avanti.