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Ho molto apprezzato il “Documento sullo stato e prospettive della psichiatria italiana” proposto da Angelozzi et al. (Psicoterapia e Scienze Umane, 3/2005, pp. 293-306). In esso si coglie che è stato scritto da chi tutti i giorni lavora nei servizi, in prima linea, e pertanto condivido con loro esperienze e molti dei problemi affrontati. Mi pare che il testo esprima bene il periodo di transizione che stiamo attraversando: iniziata la fase “post-manicomiale” ci si interroga sul futuro della disciplina e dei servizi con «l'esigenza di cercare valori condivisi e “idee forti” attorno ai quali ricominciare a progettare e lavorare » (p. 294). Questo problema può essere affrontato da molteplici punti di vista e con differenti livelli di analisi. Ho l'impressione che nel documento i punti di osservazione cambino (senza esplicitazione), e questo, se ad una prima lettura mi ha dato un piacevole senso di compiutezza, ad un successivo approfondimento, mi ha reso difficile comprendere come procedere in modo coerente e quale direzione intraprendere.
Vorrei provare a proporre alcune riflessioni molto parziali partendo dalle pratiche reali della psichiatria e non dalla organizzazione dei servizi, dai rapporti del Dipartimento di Salute Mentale (DSM) con le aree di confine (Servizio per le Tossicodipendenze [SerT], Dipartimento cure primarie, Servizi sociali ecc.), dai problemi sociali della pratica sanitaria, dai problemi della cosiddetta “aziendalizzazione”, dalle politiche sanitarie locali, regionali e nazionali che costituiscono altri, non solo possibili ma indispensabili, vertici di osservazione della salute mentale. Gli insegnamenti del modello “a matrice” (Thornicroft G. & Tansella M., Manuale per la riforma dei servizi