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I detrattori della psicoanalisi argomentano che l'uso di termini vecchi di cent'anni non ci rivela ciò che questi significano oggi; i difensori potrebbero replicare che ci rivela, sempre, ciò che questi non significano. Rivela, ad esempio, che la “funzione trascendente” non è la trovata di un teologo; che la “metafora” non è la metodica assimilazione di due cose ma il momentaneo contatto fra due immagini; che l'“equazione personale” non è un capriccio dell'algebra, e che gli junghiani non sono tutti devoti di Jung. In ciascuna delle oltre 500 pagine di questo Dizionario junghiano l'autore si insinua agevolmente nelle maglie del dogma psicologico. Paolo Francesco Pieri è uno studioso che conosce troppo bene l'opera di Jung per lasciarsi sfuggire la minima occasione di rileggerla criticamente o di sottoporla a scaltre interpretazioni. Poiché non esiste libro che non contenga un controlibro, che ne è il rovescio.
L'introduzione del testo junghiano nella comunità scientifica italiana risale agli anni 1960, eppure i vizi interpretativi, l'odore di chiuso e gli zurighesi fraintendimenti sono stati innumerevoli. Di quei fraintendimenti, Pieri ha dato conto negli ultimi anni avviando una rigorosa operazione storiografica (A partire da Jung: i testi e gli analisti. La psicologia analitica in Italia . Milano: La biblioteca di Vivarium, ) e introduttiva al pensiero junghiano (Introduzione a Jung. Bari: Laterza, ). Nelle sue mani è caduta, così, una calma rete di concetti; e l'intelligenza che l'autore presta al Dizionario ha felicemente la meglio sulla passione, il che non vuol dire che non vi sia passione. Soprattutto la passione per una chiarezza minuziosa.
Chiarezza è niente più che abituale frequentazione di nozioni oscure, scriveva Paul Valéry. Tuttavia, frequentando nozioni oscure, la psicologia analitica non sempre ha potuto gettare un fascio di luce. Quindi, l'inventario lessicale che ambisca a tracciarne perimetro e destino dovrebbe proporsi come una finestra sul lingua