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Interdisciplinare, nella storia recente delle Scienze Umane, è momento di riflessione al di là di schemi funzionali immediati. L'attuale periodo segue ad una fase tecnicistica in cui ricerca empirica e messa a punto metodologica hanno offerto l'alibi per sfuggire i problemi di fondo. Il credo nell'oggettività, residuo del mondo positivo, è rappresentato da tecnici per cui l'interdisciplinarietà, lungi dalla convergenza antropologica, è sterile confrontazione di metodi.
La ricerca di un linguaggio comune diventa abbandono ad innocue esercitazioni in cui le barriere semantiche segnano i limiti della falsa coscienza epistemologica. L'ideologia del metodo sancisce sicurezze pseudoconoscitive, nel progressivo abdicare alle premesse di una antropologia. Tecnici della guarigione psichica, aritmetici della conoscenza sociale, sintesi di risultati operativi il cui prezzo è la riduzione a dimensione euristica del pensare. Collezionisti di dati si raggruppano nella ricerca e talvolta la tecnica, additata responsabile di scissione dell'umano, lascia posto ad un indifferenziato bisogno di sintesi dove l'irrazionale emerge come ideologia di una prassi in cui esperienza è stereotipa ripetizione. Rifiuto a trarre conseguenze dal dato di conoscenza, mondo di tecnici dell'interdisciplinare come luogo d'incontro istituzionale, rinuncia al pensare pubblico, pensiero privato attutito nel dato e nell'oggettività, mitico criterio di cittadinanza scientifica. Interdisciplinare burocratico, ufficiale, punteggiato da regolari carriere scientifiche al servizio della conservazione. I tecnici hanno troppo spesso accettato la rinuncia alla presenza sociale.
Lo psicoterapeuta, come tecnico delle Scienze Umane, si trova nell'alternativa di essere strumento della società nel ruolo di curatore di devianze, ovvero di adoperare le conseguenze conoscitive del proprio metodo d'indagine per intervenire nella dinamica dei processi di trasformazione sociale. Nel quadro di una presa di coscienza degli psicote