You do not currently have permission to view the full text for this document. Please sign in to an account with an active subscription or contact support.
Sollecitato dal dibattito in corso sul “Documento sullo stato e sulle prospettive della psichiatria italiana” proposto da Angelozzi et al. sul n. 3/2005 di Psicoterapia e Scienze Umane, comunico alcune impressioni su due punti tra loro peraltro strettamente correlati: la centralità del Centro di Salute Mentale (CSM) nell'ambito del Dipartimento di Salute Mentale (DSM), e il tema della formazione.
La centralità del CSM nell'ambito del DSM. A mio avviso la psichiatria post-manicomiale o ha una identità territoriale forte fondata come è scritto nel Documento su «un insieme di saperi ed esperienze complesse e di complessa integrazione» (p. 298) o semplicemente … non è, nel senso della sua inevitabile dispersione in una molteplicità di saperi e pratiche specialistiche sterilmente dissociate tra di loro. Cercherò ore di motivare questa mia convinzione.
È appena il caso di ricordare che la psichiatria territoriale italiana è nata dal rifiuto della emarginazione del malato mentale in Ospedale Psichiatrico e dal suo riconoscimento come individuo, e che solo a partire da questo rifiuto e da questo riconoscimento è stato possibile avviare una pratica fondata sulla ricerca nel territorio di soluzioni alternative. Prima ancora che politicamente il movimento anti-istituzionale italiano è stato, io credo, tecnicamente forte e convincente (mi riferisco, in particolare, agli anni ) proprio perché ha agito in modo coerente alla complessità del suo compito, senza mai separare, nella gestione del singolo paziente, il momento ospedaliero della deistituzionalizzazione da quello territoriale della lotta all'esclusione.