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Pearl King: è fin troppo facile richiamare, come fa Brett Kahr nella sua Prefazione, il destino che sembra essere racchiuso nel nome di una persona (pearl significa “perla”, e king “re”). Già nel lontano 1911 Stekel ed Abraham pubblicavano due brevi saggi sul vincolo del nome e sul potere determinante del nome, citando precisamente le espressioni utilizzate dal primo e dal secondo autore per argomentare sul tema. Oggi, per la prima volta, sono pubblicati in un volume sedici scritti dell'analista britannica Pearl King, nata nel 1918, laureata in psicologia nel 1941, impegnata nel campo della psicologia delle organizzazioni durante il tempo della guerra e in contatto con Eric Trist, quindi affascinata dalla psicoanalisi, disciplina a cui ha dedicato l'intera sua vita divenendo una delle poche persone che possono vantare oltre mezzo secolo di conoscenza della psicoanalisi britannica. Dal 1951 è membro associato della British Psychoanalytical Society (BPAS), ed ha una vastissima esperienza come analista, didatta, supervisore, curatrice degli archivi della BPAS, ed autrice di numerosissimi saggi scritti con chiarezza, semplicità di stile ed amore per la scoperta. La King ha compiuto la sua analisi con John Rickman - dei cui scritti ha recentemente curato la pubblicazione (No Ordinary Psychoanalyst. The Exceptional Contributions of John Rickman. London: Karnac, ) - ha ricoperto numerose cariche istituzionali locali ed internazionali, ed ha vinto nel 1992, insieme ad Hanna Segal, un importante riconoscimento per i suoi contributi scientifici.
I saggi pubblicati nella raccolta che presentiamo spaziano dal 1951 fino agli anni 2000 e si aprono con un contributo originale: l'analisi di un bambino traumatizzato di cinque anni, inviatole da Donald Winnicott nel dicembre del 1951, completata da una nota dello stesso paziente, ormai adulto, redatta nel 2004; questa modalità di offrire al paziente la possibilità di intervenire nella discussione della propria personale storia di vita