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Dal punto di vista di chi ama anche l'aspetto sensoriale di un libro, Julia Kristeva per questa sua biografia kleiniana non poteva scegliere editore migliore. Donzelli, che ha già pubblicato le sue biografie di Colette e di Hannah Arendt, nella scelta della carta, dei caratteri, dell'hardcover, si rivela quello che una volta si sarebbe chiamato un signor editore. Ma pure la fotografia della Klein in sovracoperta va controcorrente: non le foto un po' tristi dei volumi dell'edizione inglese dell'opera omnia, bensì un ritratto che mostra la famosa analista quando era poco più di una jeune fille en fleur.
Alcune lacune formali smarcherebbero il libro tra le biografie per un più vasto pubblico piuttosto che tra quelle per specialisti: l'indice dei nomi è lacunoso (è assente un riferimento a Erich Klein, figura chiave) e mancano l'indice delle materie e la bibliografia riassuntiva finale, utile per chi consulta con propositi scientifici. Eppure la lettura del saggio mostra che vorrebbe dirigersi a studiosi, anche se la scrittura accattivante di Julia Kristeva e la sciolta traduzione di Monica Guerra fanno pensare che il saggio sia pure diretto a un pubblico più vasto. C'è poi una stonatura davvero piccina (dopo di ché passiamo ai contenuti): nell'ultima di copertina la nostra biografa è definita «forse la più celebre teorica della psicoanalisi del nostro tempo»; è una iperbole che lascia perplessi, anche considerando quel forse. Sicuramente Julia Kristeva vorrà perdonare lo zelo dei suoi redattori entusiasti.
Dunque: libro con pretese scientifiche (sia dal punto di vista storico che da quello concettuale), o di divulgazione con le necessarie superficialità e inesattezze? Intorno a questo dilemma si snodano le pagine di questa biografia che lascia ondeggianti.
Il saggio offre innanzi tutto una ricostruzione della drammatica vita di Melanie, ampiamente per non dire esclusivamente ricavata dalla biografia della Grosskurth, uscita vent'anni fa. È la storica di Toronto infatti ch