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I volumi di saggistica si sogliono dividere in due categorie: quelli chiari, ma non particolarmente profondi; quelli, al contrario, profondi, ma di ardua e talora oscura lettura (a una terza categoria, di scritti chiari e a un tempo profondi, appartengono, nel nostro campo, pochi capolavori). Il presente volume di Blandino - scritto in collaborazione con Simona Negro, Alessio Ivaldi, Sara Casiraghi e Corinna Franchino - appartiene senz'altro alla prima categoria. Leggibilissimo per un pubblico non specialistico, a tratti didascalico per il lettore più smaliziato, che si vede spiegati in qualche riga o pagina che cos'è il romanticismo, il positivismo, o la Vienna di fine Ottocento, appare utilissimo invece, per l'ampio respiro culturale e la ricchezza di informazione, allo studente carente di buona formazione liceale, come ormai la maggior parte degli iscritti a Psicologia (Blandino insegna Psicologia dinamica a Torino). Perché allora trattarne in questa sede? I problemi che pongono gli autori sono tanto rilevanti quanto intriganti, e le soluzioni - benché a tratti lacunose o storiograficamente discutibili - appaiono in gran parte condivisibili, oltre a essere per tanti versi controcorrente.
Potremmo raggruppare in quattro i filoni ricorrenti nei vari contributi. Anzitutto quello centrale, cui alludono titolo e sottotitolo del volume: nella cultura del passato si trovano intuizioni precorritrici della psicologia moderna, degne anzi di futuro sviluppo. Gli autori hanno buon gioco a mostrare - e lo fanno con vasta documentazione specie nella Prima Parte intitolata “Filosofia come funzione psicologica della mente” - quanto nella filosofia, segnatamente quella del mondo antico ma pure nella letteratura e in altre espressioni culturali, già si affrontassero una serie di questioni oggi rubricate