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Nel primo contributo di questo numero Jeanine Vivona presenta una critica precisa e argomentata alla recente linea di ricerca di Daniel N. Stern. Come è noto, l'operazione che Stern e il Boston Change Process Study Group cercano di fare è quella di trasferire alla terapia degli adulti i risultati delle ricerche sperimentali sul bambino, cioè della cosiddetta infant research (l'importante libro di Stern del 1985 Il mondo interpersonale del bambino ha segnato un punto di svolta nelle concezioni psicoanalitiche dello sviluppo). Come afferma Jeanine Vivona, grazie anche alla «sembianza di rigore scientifico [che] ne incrementa l'allure (…), e cavalcando il crescente interesse per la ricerca quantitativa in psicoanalisi» (p. 460), i recenti contributi di Stern e del gruppo di Boston hanno suscitato interesse e raggiunto una certa popolarità: concettualizzazioni cliniche derivate da questo modello - quali “momento presente”, “momento ora”, sloppiness, ecc. - si sono rapidamente diffuse e divenute quasi di moda, soprattutto a partire dal noto articolo del sul “«qualcosa in più» dell'interpretazione”1. Nell'editoriale del n. 2/2004 mi chiedevo quali potevano essere gli elementi di effettiva novità di queste concettualizazioni, che tra le altre cose implicano la riscoperta di aspetti della fenomenologia (e, aggiungerei, della psicoterapia della Gestalt). Ora Jeanine Vivona mostra quelli che a suo modo di vedere sono i danni che possono derivare dal modello di Stern a causa del restringimento del ruolo del linguaggio nella “cura della parola”. Abbiamo quindi pensato di presentare ai lettori questo contributo allo scopo di stimolare una riflessione critica2.