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A Janine Chasseguet-Smirgel (1928-2006) - già compagna di vita e di pensiero di Béla Grunberger - si deve un impegno incessante nello studio e nella cura degli enigmi della sessualità femminile, della “malattia di idealità” e delle perversioni; impegno testimoniato da una vasta produzione scientifica, animata anche da un'incessante tensione conoscitiva nel campo dell'arte e della letteratura. Il pensiero clinico della psicoanalista francese si caratterizza per un'adesione rigorosa e originale al pensiero freudiano, in polemica con la lettura moderna datane da Lacan, nonché per un'attenzione critica alle dinamiche storico-sociali contemporanee e alle ideologie utopiche e totalitarie del Novecento, che l'hanno condotta, tra i primi, a un rifiuto delle derive freudo-marxiste di autori come Reich e Marcuse (vedi Bourdin, 1999).
In questo volume, ultimo in ordine di tempo prima della sua scomparsa, l'autrice espone le sue riflessioni più recenti in merito al rapporto tra corpo e mente, con particolare attenzione alla pulsionalità del soggetto contemporaneo. La sua lucida riflessione s'inscrive nell'ambito di quei contributi che riaffermano la specificità del discorso analitico a partire dalla comprensione clinica di forme psicopatologiche in cui i confini tra nevrosi e psicosi appaiono sfumati. Non paga di una certa postmodernità, che sembra fare della psicoanalisi una nuova psicologia della coscienza, Janine Chasseguet-Smirgel si pronuncia in questo testo sul futuro della disciplina, ora che essa si è in qualche modo globalizzata; esaminandone la crisi e il declino contemporanei, prospetta quindi uno scenario che vada al di là di un cieco pluralismo o di un vuoto