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L'idea di infanzia come segmento di vita a se stante, dotato di una sua specificità, è per noi ovvia e scontata, ma qualcuno forse si stupirebbe nell'apprendere che si tratta invece di un concetto inventato di sana pianta e relativamente di recente. Idea e sentimento dell'infanzia sono, infatti, un prodotto della modernità. Per toccarlo con mano basta, ad esempio, seguirne l'evoluzione nelle arti figurative. A lungo ignorato, per essere poi rappresentato nel tardo Medio Evo come un adulto in miniatura, solo nel Cinquecento il bambino fa ufficialmente il suo ingresso nella ritrattistica di corte e alto borghese, con la funzione di celebrare la propria famiglia, e bisogna aspettare il Settecento perché venga promosso a soggetto autonomo e differenziato, degno di essere ritratto di per se stesso e di occupare le menti di teologi, educatori, legislatori e scienziati. Da questo momento si moltiplicano le dispute intorno al tema dei bambini segnati dal peccato (originale), dalla bestialità e dai vizi o dei bambini come anime ancora candide, imbozzolate in una non meglio precisata innocenza. Con conseguenze non indifferenti per la loro educazione. La svolta acceleratrice si avrà nell'Ottocento, ed è da questo stadio del processo di creazione della “specialità bambino” che prende avvio il libro di Bonomi. Il suo obiettivo non è tanto di dare un volto alla folla dei fanciulli balzati agli onori della medicina specialistica, quanto di disegnare il quadro di riferimento da cui prenderà le mosse Freud: “alle soglie della psicoanalisi” appunto. Ma anche alle soglie di una serie di nuove discipline della mente che decollano più o meno nello stesso tempo, come la psichiatria romantica, il trattamento morale, la psicoterapia, la psicologia infantile. Alle spalle, venti anni di ricerche (in parte pubblicate, ma qui rielaborate), rispetto alle quali questo volume si presenta come “premessa” e anche come “conclusione” di un «tentativo di rileggere la nascita della psicoanalisi» (p. 40