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Il testo dell'analista britannico Phil Mollon si apre con alcune considerazioni sulle situazioni di imbarazzo sociale e di compiacenza, collegate al sentimento della vergogna, un sentimento che può scatenare rabbie distruttive e, talvolta, omicide. Mollon prosegue ragionando sulla vergogna come risposta al fallimento e all'insuccesso: «Il fallimento più basilare è (…) l'incapacità di suscitare una risposta empatica nell'altro» (p. 36), e collega tali eventi alle situazioni del mancato rispecchiamento dello sguardo materno. I molteplici legami tra la genesi del sentimento di vergogna e lo sguardo degli altri sono accompagnati dal riecheggiare della famosa espressione kohutiana circa lo “scintillio nell'occhio materno”: «Per il bambino, essere guardato troppo o troppo poco sono entrambi dannosi per il delicato processo di formazione del Sé» (p. 42). Non è un caso, infatti, che Mollon sia un noto studioso di Kohut e della Psicologia del Sé. Egli appartiene al gruppo indipendente della Società Psicoanalitica Britannica e in apertura del volume indirizza i propri ringraziamenti a Patrick Casement, suo analista, e ad Eric Rayner e Harold Stewart, suoi supervisori, tutti in qualche modo suoi referenti teorici più volte richiamati nel testo.
È quindi discussa la vergogna in relazione al corpo ed alla sessualità (i riferimenti sono ai concetti di “narcisismo morale” di André Green e all'“ascetismo adolescenziale” di Anna Freud), sottolineando il ruolo che una figura materna dominante e pervasiva, svalutante l'identità sessuata, può avere in tali situazioni. Proprio riflettendo sulla dinamica del rispecchiamento madre-bambino, l'autore si sofferma sulle “trappole materne” relative al non liberare il bambino dall'illusione di essere un “reale-regale” rivale per il padre, ed alla genesi del falso Sé in connessione con l'evitamento del sentimento di vergogna nell'adulto.
Certamente interessante è il terzo capitolo - “La sindrome di omicidio psichico” - che affronta le situazioni d