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Questo libro di Jervis dovrebbe essere letto soprattutto dagli psicoanalisti. Costoro infatti troppo spesso, sprofondati in letture unicamente psicoanalitiche (e artistico-letterarie), ignorano le moderne scienze cognitive; anzi, nei confronti di queste tendono a esibire quello spocchioso disprezzo che era così diffuso nel Novecento e che per fortuna oggi è un po' diminuito. Jervis pensa che Freud alla sua epoca contribuì a dare una dimensione scientifica allo studio della mente umana; ma è convinto anche che il suo pensiero - più una perla archeologica - sia superato dalle ricerche cognitive più recenti. Quanto ai mostri sacri della psicoanalisi post-freudiana (Klein, Lacan, Bion, ecc.), Jervis non li prende nemmeno in considerazione: per lui - e come dargli torto? - la psicoanalisi resta essenzialmente Freud, il resto sono epigonismi. Anche questo libro, come i precedenti di Jervis, è scritto in una lingua chiara, tersa, semplice, come nella migliore divulgazione anglo-americana - anche grazie a questo stile senza asperità alcune sue opere sono state bestseller.
Gli scienziati cognitivi hanno accumulato da decenni una massa di ricerche empiriche; e Jervis ne ricorda alcune che riguardano le capacità razionali degli esseri umani, i loro limiti, la loro capacità di cooperare in modo ottimale o meno, il costituirsi delle credenze, ecc. Ma, a differenza delle scienze più mature come fisica e chimica do oggi, in cui un solo modello fondamentale prevale, non possiamo dire altrettanto delle scienze cognitive. Qui dei modelli competono. Il paradigma a cui si rifà Jervis sembra essere quello che si sta affermando come “il modo dritto di pensare” di una larga parte dell'intellettualità euro-americana (reso popolare in particolare da Steven Pinker). Questo modello fonde il cognitivismo classico (computazionale: la mente umana è come un software) con un darwinismo interpretato in modo radicalmente a-dattativista. È quella che chiamerei la “teoria bio-cognitiva standard”. Jervi