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In questo libro di Laura Tremelloni, bello e denso di citazioni, si tratta di quei pazienti con capsule autistiche dei quali, a partire dagli anni 1980, diversi autori tra cui Sidney Klein, Ogden, la Tustin, Rosenfeld, si sono occupati. L'autrice si riferisce a pazienti nei quali l'“autismo” è la conseguenza di una reazione a fattori psicogeni legati ad esperienze precoci, reazione responsabile dell'incapsulamento di parti della personalità. Queste capsule autistiche restano nascoste sotto un'organizzazione nevrotica, psicotica, borderline o psicosomatica e, essendo tagliate fuori dal resto della personalità, non emergono facilmente. È l'analista che può riscontrarne la presenza e gli effetti durante la terapia, quando si manifestano come forte resistenza al cambiamento e come mancanza di contatto emotivo totale o parziale nel transfert.
All'interno di queste capsule autistiche è presente l'esperienza di un mondo sensoriale vissuto in un'epoca in cui il neonato non è ancora in grado di mettere in atto il processo di simbolizzazione e di collegare le sensazioni corporee con le emozioni. Esse si formerebbero a protezione della sopravvivenza e del mantenimento di una primitiva identità nel momento in cui la relazione col mondo esterno viene vissuta come fonte di dolore e confusione. Talvolta succede infatti che non abbiano luogo le necessarie esperienze di contenimento sensoriale e che non venga attribuito un significato ai vissuti più arcaici; questo può verificarsi per motivi costituzionali riferibili sia alla madre che al bambino, ma anche per motivi ambientali. Di conseguenza, quando l'angoscia diventa intollerabile, le difese autistiche del bambino diventano ipertrofiche.
Queste capsule autistiche possono permettere uno sviluppo apparentemente normale del resto della personalità, per cui spesso non vengono riconosciute neanche nel corso di un'analisi, fino a che, attraverso il controtransfert, si avverte una mancanza di alleanza terapeutica e di risposte emotive che