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In questo breve e agile testo Rangell riprende la sua idea di base circa l'opportunità e la possibilità di un'unificazione teorica dei modelli psicoanalitici oggi esistenti, sottolineando soprattutto la stringente necessità di superare le divisioni e le contrapposizioni che provengono in gran parte dall'enfasi con la quale i diversi analisti hanno sottolineato un aspetto sopra gli altri della loro esperienza clinica e/o delle loro concettualizzazioni teoriche (il fenomeno della pars pro toto). Suddiviso in diciassette capitoli, il testo si apre con una provocazione in cui Rangell chiede al lettore se egli si riconosce nell'analista classico o nello psicologo del Sé, se invece ritiene di essere un freudiano-kleiniano o un kleiniano-freudiano: «Vi sono oggi molte teorie e, per essere politicamente corrette, esse sono tutte considerate pari» (p. 2). È la competizione erosiva tra queste diverse concezioni della psicoanalisi - e non fattori esterni -a costituire, per Rangell, la causa primaria del declino della psicoanalisi, e l'intero testo è percorso da un anelito salvifico per mezzo del quale l'autore porta continuamente prove alla sua tesi circa la possibilità di tenere insieme, in un tutto coerente e dialettico, le diverse anime della pluralistica psicoanalisi contemporanea - o moderna, chiosa l'autore con un certo fastidio. All'analisi della situazione attuale (frammentata ed entropica) Rangell - che si definisce un «freudiano evoluto» (p. 8) ricordando di «essere entrato nel campo della psicoanalisi nel 1940» (p. 23) - fa seguire una ricostruzione delle principali fasi storiche della psicoanalisi, esplicitando la sua critica verso coloro che, piuttosto che aggiungere, espandere e costruire, rimpiazzano il presunto vecchio con il supposto nuovo. Notando che Freud non ha mai rifiutato un modello teorico nel corso dell'evoluzione delle proprie opinioni, Rangell si richiama ai propri stessi tentativi di unificare la teoria dell'angoscia e di comporre un quadro unitari