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Nell'epoca del grande riflusso, dei libri neri, e della caduta di popolarità della psicoanalisi, la “spettacolare” (Roazen) rinascita ferencziana è un sintomo di controtendenza, uno stimolo capace di richiamare attorno alla psicoanalisi passioni ed emozioni che si temevano definitivamente sopite.
Ma perché la rinascita ferencziana? E soprattutto: per andare dove? Com'è stato possibile che un autore dimenticato per sessant'anni sia ritornato prepotentemente sulla scena, con il suo carico di innovazioni che avevano continuato a dar frutti nonostante il nome del loro iniziatore fosse pressoché dimenticato? Perché sono sempre di più, oggi, gli autori che collegano al lascito ferencziano moltissime declinazioni della teoria, dalle relazioni oggettuali (Tubert-Oklander), al pensiero di Winnicott (Borgogno), alla Psicologia del Sé (Rachman), alla scuola americana delle relazioni interpersonali (Wolstein), alla clinica del trauma (Bonomi, Borgogno, Dupont, Sabourin), alla psicoanalisi multifamiliare (Garcìa Badaracco), al lavoro con i pazienti psicotici (Falzeder), per citarne soltanto alcuni?
La storia della rinascita ferencziana comincia nel 1985, con la pubblicazione, a Parigi, del Journal Clinique (Diario clinico. Milano: Raffaello Cortina, ) che sarà seguìta, sette anni più tardi, dalla pubblicazione della corrispondenza Freud-Ferenczi (Lettere. Milano: Raffaello Cortina, 1993 [Vol. I: ], 1998 [Vol. II: ]). Madrina di questa storica operazione editoriale sarà Judith Dupont, psicoanalista