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Non è frequente, in questo periodo, accettare il rischio dell'incontro, della contaminazione, dell'incertezza, mentre sembra imporsi - dalla ricerca scientifica ai media - una nuova idea di governance della follia, che ruota intorno ad una posizione diffusa, riduzionista ma intrigante, nei confronti dei tecnici: “sapete (quasi) tutto e fate (quasi) niente!”. Accade soprattutto nei luoghi e non-luoghi della cura, come sono le istituzioni vecchie e nuove, inventate o costruite da parte di operatori della malattia e/o della salute mentale, dello “psi” insomma, e non nei salotti buoni delle scuole, della ricerca, della comunità scientifica, sia pure virtuale.
Questa prima considerazione per spiegare l'interesse per un libro - raccolta di saggi e resoconto di incontri seminariali tra persone - edito dal Gruppo Redancia, qualcosa di più di una rete di comunità terapeutiche psichiatriche, da sempre attento ad un rapporto equilibrato fra riflessione ed azione sul campo, tra teoria e prassi. I curatori sono colleghi con i quali da anni condividiamo esperienze e fatica del lavoro psichiatrico e, fra loro, un filosofo della scienza, appassionato al mondo della follia. Già nell'introduzione i curatori si mostrano consapevoli dei rischi di un incontro tra discipline/scienze/aree di pensiero (ed in psichiatria, ahimè, anche e sempre di azione): parlare troppo, dire sciocchezze od ovvietà, prendersi troppo sul serio. Un libro prodotto quindi da un incontro, non occasionale ma sistematico ed organizzato per temi, e dalla consapevolezza che il filosofico e lo psichiatrico sono «due ambiti conoscitivi intimamente correlati ed articolati nelle reciproche finalità, e sotto questo aspetto in esse coincidenti» (p. 8). Sono cioè in gioco la ricerca di senso nella esperienza umana, normale e patologica, ed il confronto tra l'approccio oggettivante e quello intersoggettivo. Un incontro sviluppatosi lungo un percorso che collega, nell'arco di alcuni anni, istituzioni di pensiero e di cultura