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Questo è un testo che sarà apprezzato da chi desidera entrare immediatamente nel merito delle questioni, rimanendo agganciati all'esperienza clinica ed evitando sia le fughe in avanti, sia le dissertazioni teoriche fumose ed inutili che deviano l'attenzione e non arricchiscono la lettura. Un aspetto che accomuna i sette autori ed i loro relativi contributi è l'utilizzo di un linguaggio chiaro con il quale sono presentate, talora in modo persino divertente, le vignette cliniche, come nell'ultimo contributo, intitolato “Quell'animale del mio analista.”, in cui Politi racconta della presenza di animali nelle sedute analitiche, ricordando doverosamente i chow-chow di Freud (vedi Marie Bonaparte: Topsy. Le ragioni di un amore . Torino: Bollati Boringhieri, ).
Tornando all'inizio del volume, lo scritto a firma di Ferro (“Implicazioni cliniche del pensiero di Bion”) introduce una serie di percorsi di riflessione con l'ausilio di casi clinici e di «alcuni giochi psicoanalitici» (p. 23) che conducono il lettore quasi dentro la situazione-stanza d'analisi (ma l'accenno all'opera dei Baranger sul “campo analitico” avrebbe meritato maggior spazio). Con il secondo capitolo, “Sognare l'analisi”, Civitarese compie un excursus sui significati e sugli echi che il sognare la cura analitica da parte del paziente può offrire al cuore dell'analista: «I sogni della cura sollecitano molto e lasciano il segno sul controtransfert dell'analista che tendono a coinvolgere e inglobare nel loro mondo» (p. 54). Segue, nel capitolo terzo, un'applicazione del concetto di “sostenibilità” all'analisi (Collovà), mentre il capitolo quarto, di Foresti, segna il punto di maggiore elaborazione teorica nel contesto del volume ed affronta, tra l'altro, il difficile confronto con il supervisore (esterno ed interno all'analista). Così come Foresti introduce il suo lavoro richiamandosi al racconto fantastico Flatlandia del pedagogo britannico E.A. Abbott , in “L'analista e i contenuti killer” (capitolo quinto)