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A mezza strada tra il reportage giornalistico e il saggio sociologico, l'interesse di questo studio sulla società giapponese consiste nel richiamare l'attenzione su di un inquietante fenomeno che, da evento occasionale, si è rapidamente trasformato in una vera e propria piaga sociale, iniziando a interessare anche altri paesi ricchi ed industrializzati. Nel Giappone odierno, su una popolazione di 126 milioni di abitanti, si stima che oltre un milione di giovani sviluppi una curiosa forma di rifiuto ad esistere. Abbandonati gli studi intorno all'adolescenza, essi si negano ogni contatto o partecipazione al mondo che li circonda. In una forma estrema di auto-reclusione, questi giovani si rintanano in casa più o meno barricati nella propria stanza, si nutrono di cibo ordinato per telefono o si lasciano morire di fame sino all'ospedalizzazione coatta se non al suicidio. In prevalenza maschi, essi possono passare dalla totale abulia a scoppi di aggressività incontrollata, che non poche volte sono sfociati nell'omicidio dei genitori. L'inquietante fenomeno presenta tutti i caratteri di una nuova patologia psichiatrica, ma sfugge ai tentativi di classificazione secondo le linee diagnostiche classiche, come il DSM-III o il DSM-IV (pp. 30 e 35). Denominata originariamente hikikomori (il “confinato”, il “chiamato fuori”), questa particolare sindrome è conosciuta in Europa e in America sotto il nome di shut-in (“recluso”). Secondo l'Autore, essa va al di là delle caratteristiche, peraltro uniche, della cultura giapponese che inizialmente l'ha alimentata, per configurarsi piuttosto come una preoccupante “risposta” generalizzata agli squilibri della globalizzazione. Col ritiro patologico coesistono, in forme altrettanto allarmistiche, altri fenomeni di disagio e di disordine sociale: il bullismo, l'ossessione parossistica per i marchi delle grandi firme, il rifiuto crescente della maternità col conseguente crollo del tasso di natalità (nel 2005 il numero dei decessi annuali ha s