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Didier Fassin (medico, sociologo, antropologo) e Richard Rechtman (psichiatra e antropologo, direttore della prestigiosa rivista L'Evolution Psychiatrique) non sono certo nuovi nell'occuparsi dei temi che questo (quasi monumentale) libro affronta. Essi hanno scritto molto di psichiatria, sociologia, antropologia, con speciale attenzione agli aspetti umanitari e, in genere, ai diritti dell'uomo. Questo libro importante è, come dichiarano gli Autori, una sorta di inchiesta a largo raggio sul traumatismo (non a caso traumatismo e non trauma) e su quella che gli Autori chiamano “condizione di vittima”. In effetti, essi ampiamente illustrano come sia emersa nel mondo contemporaneo una nuova forma di soggettività, politica e sociale ancora prima che clinica: quella di “vittima”. Essa nasce dal passaggio da una “politica del sospetto” ad una dimensione nuova, quella attuale, che, riconoscendo a tutti gli effetti la condizione di vittima, la lega al dato della sofferenza soggettiva e a quello dell'esposizione ad un evento eccezionale. Come vedremo, per politica del sospetto si intende una sistematica e, per l'appunto, “sospettosa” messa in discussione, da parte dell'autorità, di chi è stato vittima di un traumatismo.
Si riconfigura così il rapporto tra vittima e trauma in termini politici oltre che medici: la condizione di vittima è legittimata dall'evento traumatico stesso. Tale riconfigurazione ha una doppia origine: da un lato il sapere che definisce il concetto di “trauma”, dall'altro l'etica che riconosce lo status di vittima. Gli Autori effettuano un articolato excursus attraverso la storia del trauma e della categoria nosografica di “disturbo post-traumatico”, nata alla fine del XIX secolo e riscoperta alla fine del XX. Parlano di Charcot, Janet, Freud. Qui la critica al padre della psicoanalisi - abbastanza prevedibile - consiste nell'annosa e ormai alquanto logora polemica circa il suo