You do not currently have permission to view the full text for this document. Please sign in to an account with an active subscription or contact support.
In due recenti convegni ho trattato la questione della identità del terapeuta come strumento del nostro lavoro (i due convegni erano i seguenti: “Comorbilità dei disturbi gravi di personalità con la patologie affettive e l'abuso di sostanze. Diagnosi, strategie terapeutiche e gestione nei servizi del Dipartimento di Salute Mentale”, Cesenatico, 18-19 settembre 2008; 10th Anniversary Joint Meeting della American Academy of Psychoanalysis and Dynamic Psychiatry [AAPDP] e della Organizzazione di Psicoanalisti Italiani - Federazione e Registro [OPIFER], Milano, 25-26 ottobre ). Colgo l'occasione dello scritto di Antonella Mancini che appare come articolo di testa in questo numero della rivista per riportare, come editoriale, alcuni passaggi di una delle relazioni che ho svolto.
Come è noto, dall'inizio degli anni 1980 si è imposto il diagnosticismo psichiatrico con la serie dei DSM, dal DSM-III fino al DSM-V ora in arrivo. Nel 1984 scrissi un pezzo dal titolo “Orfani della nevrosi e residuo psicoanalitico”, per indicare gli inizi del movimento degli psicoanalisti verso un diagnosticismo subalterno alla psichiatria (questo pezzo uscì poi in: Bruna Bocchini Camaiani & Anna Scattigno, a cura di, Anima e paura: studi in onore di Michele Ranchetti. Macerata: Quodlibet, , pp. 393-397). Devo dire, anche in vista della comparsa prossima del DSM-V, che i tentativi di trasformare l'esistenza in malattia e di conseguenza spostare l'asse della cura dall'anima alla pillola e al neurone, anche se trionfalmente annunciati, stanno miseramente fallendo, come il castello di carta della globalizzazione