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Il titolo di questo lavoro sembra portare fuori strada giacché vi si allude ad un che di miracoloso cui la “forma” concorrerebbe quasi a suggellare un'ideale annullamento delle pulsioni. Condizione sicuramente in contrasto con il sottotitolo, in cui il riferimento a un'estetica psicoanalitica farebbe pensare non all'immobilità emozionale ma
alle intense dinamiche del desiderio e del godimento, in generale del sentire, dell'aisthesis. Due nozioni, forma ed estetica, modellate sull'insegnamento del “maestro assoluto” Jacques Lacan di cui l'autore ci fornisce un'analisi attenta e molto stimolante per l'estetica.
Le ipotesi sulle quali lavora Recalcati sono due, tra loro connesse: la prima si presenta come un'estetica del reale, e qui la nozione di “reale” va assunta nel senso enigmatico e sfuggente che Lacan gli attribuisce; la seconda nasce dall'affermazione che il “miracolo della forma” è “il miracolo proprio dell'arte”. L'interrogativo da cui nascono queste tesi è il seguente: «Il concetto di “forma” e quello, a esso connesso, di sublimazione sono davvero, come ritengono gli attuali teorici dell'informe, concetti finalizzati a occultare feticisticamente e idealisticamente l'impatto scabroso con il reale?» (p. XIII). Tutto il libro è un lungo commento a tale domanda ed una convinta confutazione di coloro i quali affermano che l'adozione del concetto di forma sarebbe soltanto una fuga dal reale nel suo imporsi come ripugnanza, disgusto, brutto, impuro e informe. La riflessione che ne segue fa perno su una lettura in controtendenza della sublimazione relazionata alla produzione artistica. Se per Freud è una deviazione delle pulsioni sessuali, le quali, dato l'impedimento nel raggiungere la meta, ripiegano su un oggetto possibile, secondo Recalcati è necessario pensare la sublimazione come momento positivo del godimento. Allora sorge la domanda: «Come può una pulsione sessuale soddisfarsi pur essendo — come avviene nell'attività sublimatoria — inibita nella meta?» (p.