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L'Autore, che a Chicago successe a Kohut nella guida del movimento della Psicologia del Sé, apre questo lavoro con due brevi aneddoti che riguardano psichiatri che si sono innamorati di ex-pazienti e che ammettono di avere tra i loro amici soprattutto ex-pazienti, e prosegue con una riflessione su quelli che definisce i “due mondi separati”: il mondo delle cure psicoterapeutiche, regolato da norme etiche e deontologiche, ed il mondo esterno della vita quotidiana, che segue altre regole e direttive. Il problema nasce quando tali due realtà non sono adeguatamente riconosciute e tenute distinte e, cosa ancor più grave, quando esse sono volutamente e consapevolmente riunite in una sola way of life che potrebbe essere definita, a seconda dei casi, quella dello “psicoterapeuta ventiquattr'ore al giorno”, o del “compagno/amico ventiquattr'ore al giorno”. Sull'onda di tali considerazioni si innesta la prima parte del testo — “The Confrontation between Clinical Practice and Morally Correct Behavior” — in cui, dopo un sintetico esame del concetto di etica, sono presentate due situazioni che illustrano come l'analista possa sentirsi “forzato” ad assumere un atteggiamento moralistico, esimendosi dalla fatica di rimanere in una condizione di sospensione del giudizio e di incertezza (al proposito è richiamato il concetto di negative capability del poeta John Keats). Emerge la questione della “presenza dello psicoanalista” e della sua più opportuna condotta nei confronti delle diverse tipologie di pazienti, vale a dire pazienti che possono essere aiutati soprattutto per mezzo di una condotta di passiva neutralità o, all'estremo opposto, di empatico supporto attivo. Da qui nasce la necessità «di rendersi conto di fino a che punto le tacite e non riconosciute posizioni etiche