You do not currently have permission to view the full text for this document. Please sign in to an account with an active subscription or contact support.
Questo scritto di Chessick si propone come riflessione non solo psicoanalitica ma anche filosofica e storica circa lo statuto della psicoanalisi e quello che l'autore immagina potrebbe esserne il futuro sviluppo. Chessick è noto per un libro di circa trenta anni fa: The Technique and Practice of Intensive Psychotherapy (New York: Aronson, ). Nel presente volume la sua preoccupazione di fondo è che la psicoanalisi, nel proprio divenire pluralistico (frequenti i richiami ai lavori di Wallerstein), smarrisca se stessa e perda gli ancoraggi all'opera del suo fondatore; opera, secondo Chessick, tuttora integralmente valida, soprattutto per il suo radicamento nella biologia. È quindi comprensibile che egli veda criticamente il punto di vista intersoggettivo e quello del “qui-ed-ora” (pericolosamente vicino all'approccio cognitivo), così come la visione ermeneutica (che priverebbe la psicoanalisi dei suoi necessari riferimenti clinici). In tale prospettiva egli si richiama alle classiche prescrizioni tecniche e rivaluta la nevrosi di transfert, «un concetto che è andato incontro a difficoltà (…) per il semplice motivo che la nevrosi di transfert molto spesso non si manifesta» (p. 128). Accanto al continuo richiamo ai concetti classici del pensiero freudiano, Chessick pone attenzione alla problematica della relazione reale tra analista e paziente e all'analista in quanto persona inserita in un preciso contesto sociale, fatto di cultura massificata, di kitsch e di ignoranza, con cui confrontarsi rimanendone però il più possibile indenne. Nel passare in rassegna i molteplici aspetti della psicoanalisi di oggi egli arriva a mettere pesantemente in discussione i critici della metapsicologia: la metapsicologia