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Questi due volumi trattano due argomenti molto vicini tra loro: le illusioni e le attese terapeutiche dell'analista e il trattamento di pazienti difficili per i quali è proposta una tecnica analitica parzialmente innovativa che prende spunti da diverse fonti teoriche. Nel primo testo Slochower riprende alcune tematiche già trattate in anni precedenti, come ad esempio nell'articolo “Interior experience within analytic process” (Psychoanalytic Dialogues, , 9: 789-809), ampliando la riflessione autocritica anche sulla base della sua esperienza di supervisore. La dialettica tra il bisogno di rimanere aggrappati alle illusioni terapeutiche e la necessità di confrontarsi con la molto più cruda e difficile realtà delle sedute conduce l'autrice a commentare criticamente non solo gli ideali del ruolo analitico, ma anche il rapporto con le regole e gli obblighi della professione, così spesso vissuti in una dimensione di auto-protezione. È poi sottolineato il rischio dello sviluppo di un'idealizzazione reciproca paziente-analista che può facilmente cadere sotto il peso degli eventi traumatici della vita, evidenziando drammaticamente il contesto di realtà nel quale il trattamento si svolge giorno dopo giorno. Il percorso della riflessione di Slochower può essere letto come il resoconto di un cammino di de-idealizzazione nel quale gli aspetti umani, personali e di realtà emergono nel quadro della concettualizzazione relazionale della psicoanalisi rendendo forse più umana la vita del clinico. In parallelo, ciò che muta è l'identità professionale dell'analista in quanto persona-che-cura; in tale direzione è valorizzato il confronto con il gruppo di riferimento, mentre alcune considerazioni critiche sono indirizzate verso la manifestazione idealizzata di se stessi per mezzo della scrittura dei casi clinici. L'intera seconda parte del libro è dedicata agli scontri e ai conflitti nell'incontro analitico, prendendo in esame situazioni di crisi, di intrusione, di stallo, di accesa riso