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Al centro delle riflessioni di Bernard Golse (docente presso l'Università René Descartes di Parigi e responsabile del servizio di psichiatria infantile dell'ospedale Necker-Enfants Malades di Parigi) c'è lo studio del bambino piccolo e del suo corpo, in cui egli ritiene di scorgere una sorta di “via regia” per l'approccio e la comprensione dei processi di soggettivazione, di simbolizzazione, di semiotizzazione e di semantizzazione della specie umana (un po' sulla scia di Freud, che vedeva nel sogno la “via regia” di accesso all'inconscio). La scelta del termine “bebè” sottolinea il mutamento della visione di insieme che ha indotto gli specialisti, a partire dalla seconda metà del XX secolo, a parlare non più di lattanti (parola che denota la dimensione passiva del piccolo nei confronti dell'ambiente e che fa riferimento all'attività nutrizionale), ma di neonati o bebè, quindi persone in divenire, dotate di un potenziale costitutivamente interattivo.
Il libro è formato da tre parti. Nella prima l'autore tenta di ripercorrere, attraverso l'indagine di alcuni studiosi, i tratti del conflitto tra tre modelli: la psicoanalisi, l'attaccamento e la fenomenologia. Golse ritiene infatti approssimativa l'ipotesi di un “approccio esclusivamente psicoanalitico” allo studio del bambino piccolo (tanto enfatizzato invece da André Green, che nega l'importanza della ricerca empirica e delle neuroscienze). Golse sostiene che una psicoanalisi al passo coi tempi, in grado di relazionarsi al contesto scientifico che la circonda, non possa escludere gli apporti della teoria dell'attaccamento e della fenomenologia; soprattutto se si tratta di bambini piccoli, la prospettiva fenomenologica secondo l'Autore risulta cruciale nel restituire la giusta importanza agli scambi interpersonali tra i partners e ai vissuti non mediati dalla parola. Forse un indice che qualcosa sta cambiando nel panorama francese? (Vedi il “Commento sulla Revue Française de Psychanalyse” in Psicoter. Sci. Um., n. 3/200