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Per molto tempo, nel secolo scorso, psichiatria e psicoanalisi attribuirono al trauma un'origine prevalentemente ideogena, mentre all'esogenia fu riservato un interesse quasi esclusivamente storico, in quanto concezione apparentemente superata. Ciò fu a causa del tramonto (o della rimozione) del concetto di “nevrosi traumatica” che aveva avuto, fino alla prima guerra mondiale, una risonanza importante nel dibattito scientifico internazionale. Persino le Potenze Centrali, preoccupate dal moltiplicarsi degli “shock da granata” tra i soldati impegnati al fronte, inviarono osservatori al V Congresso dell'International Psychoanalytic Association (IPA) di Budapest del 1918 con il proposito di creare ambulatori nelle retrovie. Il progetto naufragò con la fine della guerra, e in ambito psicoanalitico, sull'onda lunga dell'abbandono della teoria della seduzione del 1897 le residue attenzioni al trauma cessarono del tutto, con l'eccezione di Ferenczi, che alla fine degli anni 1920 ritornò sul tema con rinnovato vigore, sia pure a costo della propria emarginazione da quella comunità psicoanalitica che aveva contribuito a fondare.
In un'epoca in cui l'ideologia militarista non risparmiava certo la Medicina, il trattamento dei soldati affetti da nevrosi di guerra mirava alla restituzione a un integrum identificabile nel desiderio di combattere, a prescindere da condizioni di vita (e di morte) che soltanto oggi, grazie a testimonianze storiche e opere letterarie, possiamo conoscere nella loro crudezza e inumana stupidità. Per questo, quando la psicoanalisi cessò definitivamente di interessarsi al trauma esogeno per dedicarsi alla fantasia inconscia, alla medicina militare, ormai priva di un riscontro scientifico tanto autorevole, non restò altra risorsa che interpretare le manifestazioni di panico, le somatizzazioni e i flash-back come codardia e simulazione, riducendo così le nevrosi di guerra al rango di “nevrosi da pensione” (vedi C. Bonomi, “Introduzione storica all'idea di tr