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Come l'araba fenice, la medicina psicosomatica (o semplicemente “la psicosomatica”) è risorta dalla sue ceneri. Il lavoro di Piero Porcelli, che ritengo sintomatico della recente temperie, si inserisce nella storia di una disciplina dalla fortuna oscillante. Se negli anni 1950 la psicosomatica sembrò aver raggiunto l'apogeo, essendosi costituita come disciplina autonoma con un proprio metodo (di matrice psicoanalitica), una propria eziologia (causazione lineare di carattere psicogenetico) e un proprio oggetto (elettivamente i famosi holy seven), in seguito ha subìto un progressivo declino per molteplici ragioni, cui lo stesso Porcelli accenna nell'Introduzione (pp. 21 sg.). È così avvenuto, nella seconda metà del Novecento, che la psicosomatica fosse ridotta entro una prassi di confine, la consultation-liaison psychiatry, o assorbita nella “psicologia della salute”, fino alla proposta di abolirne definitivamente l'espressione (Canali & Pani, 2003). Tanta infatti è l'eterogeneità dei significati attribuiti all'espressione (per un'elencazione, vedi Fornaro, 2007); tanta poi la pluralità di oggetti e metodi così da parlare di «le psicosomatiche» (Nardini, 2006, p. 382) e da essere soppiantata da più specifiche discipline, come la psiconeuroimmunologia e la neuroimmunoendocrino-logia; macchiata infine da un ricorrente sospetto di dualismo mente-corpo. La scienza “ufficiale” sembrava averne sanzionato la morte, depennando nel DSM-III e DSM-IV i disturbi psicosomatici come classe a sé. Se ciò è potuto accadere, è stato anche per via dell'assunto secondo cui «c'è molto di “fisico” nei disturbi “mentali” e molto di “mentale” nei disturbi “fisici”» (American Psychiatric Association, 2000, p. 8). Come dire: se tutto è “psico-somatico”, allora nulla lo è più come disciplina a se stante!