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La vita e l'opera di Vittorio Benussi (Trieste 1878-Padova ) avrebbero avuto forse minor eco nella storia della psicologia se il suo tragico destino non si fosse intrecciato alla figura più nota di Cesare Musatti e dunque al comparire della psicoanalisi in Italia. Rappresentante di una stagione della psicologia – quella delle scuole di lingua tedesca tra Otto e Novecento – contraddistinta da un empirismo rigoroso non disgiunto da una solida speculazione teorica, il lavoro di Benussi sembra essersi svolto sulla faglia dell'esperienza psichica inconscia che Freud andava indagando con altro impegno negli stessi anni. Nato in quella terra di confine che fu Trieste, spirito solitario e dall'umore cupo, Benussi si formò a Graz alle teorie di Meinong, dal quale però si differenziò portando l'attenzione non tanto agli oggetti intenzionali quanto piuttosto agli “accadimenti psichici” – i processi di percezione e sintesi dei contenuti mentali – con una pluriennale indagine di laboratorio, solitaria e minuziosa, svolta secondo un paradigma di ricerca che di lì a qualche anno sarebbe stato considerato obsoleto dalla nascente psicologia della Gestalt. Negli anni di Graz e poi a Roma, Benussi cominciò ad affrontare temi di enorme rilevanza scientifica, come l'indagine dei processi fisiologici inconsci e delle rappresentazioni psichiche di origine asensoriale, integrando nella propria metodologia di ricerca concetti di derivazione fenomenologica riguardanti l'esperienza del tempo. Mentre l'Europa veniva travolta dalla Grande Guerra, Benussi sviluppava una tecnica di analisi metrica del respiro che lo portò all'idea di uno stato di sonno privo di contenuto psicologico (“sonno base”) indotto dall'ipnosi sperimentale. Ottenute infine la cittadinanza italiana e la cattedra a Padova, dal 1919 Benussi attuò il suo ingegnoso progetto di “analisi psichica reale” dei fenomeni ipnosuggestivi, arrivando a proporre l'ipotesi di un'autonomia funzionale emotiva della psiche, a partire dal raffr