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Un libro che fa piacere segnalare. Ha due facce. Quando iniziai a leggerlo mi venne subito in mente un “giallo”, di quelli in cui il delitto è anche occasione per raccontare un ambiente. Nel nostro caso il delitto sarebbe il furto dell'identificazione proiettiva (furto delle idee, plagio, criptomnesia, errori voluti, ecc.), e l'ambiente quello psicoanalitico. Ovviamente l'investigatore è Massidda, senz'altro più Poirot che Marlowe. Però a p. 182 imparo che anche la sua analista didatta, Elena Evelson di Buenos Aires, alla quale l'Autore aveva lasciato una copia della prima stesura del lavoro per l'ordinariato, aveva commentato: «Ma cos'ha fatto, un'indagine poliziesca?». Dopo aver letto e riletto il libro, mi sono convinto che l'unico modo per affrontare, o iniziare ad affrontare, l'identificazione proiettiva necessitava di un'indagine vera e propria perché a tutti i livelli la confusione, più o meno intenzionale, era grande.
La seconda faccia è rigorosamente psicoanalitica. Massidda rifugge dalle affermazioni positive e, più ancora, da quelle dogmatiche, di autorità. Se fosse stato ancora in auge il duello, avrebbe potuto sfidare Grotstein per la sua arrogante affermazione di voler “spiegare definitivamente” le complesse caratteristiche della identificazione proiettiva. In questa seconda parte Massidda appartiene alla psicoanalisi della ricerca e della cultura critica che lo porta a cercare di cogliere sempre le implicazioni del