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A distanza di circa quindici anni dal suo Useful Servants: Psychodynamic Approaches to Clinical Practice (Northvale, NJ: Jason Aronson, ), Susan Levine torna a riflettere su alcuni dei punti centrali della psicoanalisi con questo libro composto da sei capitoli e che ha come sottotitolo Technique and Theory in the Therapeutic Relationship. Riprendendo il concetto delle teorie come degli “utili servitori” da usare per gestire al meglio la relazione analista-paziente, Levine dichiara apertamente la sua idea di psicoanalisi come “cura centrata sull'amore”: in termini operativi ciò significa esercitare l'empatia, l'arte dell'attenzione e dell'interpretazione, bilanciando l'anonimità con quelle che a parer suo sono da considerare autorivelazioni (self-disclosure) “inevitabili”: «Vedere la psicoanalisi come caotica e non lineare, opposta alla scienza newtoniana, può alleviare alcune delle pressioni che gli analisti avvertono per rispondere alla sfida del movimento della medicina “basata sulle evidenze” - una pressione che è la risultanza di un senso di inferiorità per il nostro lavoro fondato sull'intuizione e sull'interpretazione» (p. 135).
Nel suo insieme, questo libro vuole essere un'ampia risposta alla domanda che l'Autrice si pone fin dalle prime pagine: «Perché riesco a muovermi in modo così confortevole tra teorie che sono generalmente considerate incompatibili tra loro?» (pp. 1-2). Ecco dunque emergere, all'interno della matrice intersoggettiva, la visione di una psicoanalisi fondata sul concetto di l'una e l'altra (e non di o l'una o l'altra), richiamando l'utilità della “teoria del caos” sia nell'approccio clinico sia in direzione metapsicologica, al fine di mostrare talune concordanze tra psicoanalisi e scienza post-moderna. Diviene progressivamente evidente l'immagine di una disciplina più vicina all'alchimia che alla chimica, più arte che scienza positivista, nella quale analista e paziente “nascono e rinascono” come esseri umani senza soluzione di continuità