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Il trattamento degli adolescenti e dei disturbi di personalità medio-gravi ha costituito storicamente lo scoglio per doppiare il quale la psicoanalisi clinica ha dovuto rivedere le fondamenta della sua teoria della tecnica. Questo avvenne quando, a partire dall'inizio degli anni 1950, l'esplosione della diffusione della psicoanalisi in Nord America come terapia d'elezione per quasi tutti i disturbi dello spettro psicopatologico portò sui lettini degli analisti un numero sempre crescente di pazienti certamente non psicotici ma comunque assai più gravi dei “normali” nevrotici, e divenne rapidamente possibile isolare una nuova forma di patologia psichica - dando luogo alla “scoperta” della patologia della personalità, all'epoca definita in toto, per estensione, come patologia borderline, alla cui completa delineazione avrebbe poi contribuito in modo cardinale Otto F. Kernberg a partire dai primi anni 1960 - e al contempo urgentemente necessario trovare un modo per gestire le difficoltà che si presentavano all'analista mentre tentava di trattare analiticamente i sempre più numerosi pazienti con disturbi della personalità. Tra i primi, Merton Gill (Psychoanalysis and exploratory psychotherapy. Journal of the American Psychoanalytic Association, , 2: 771-797) pensò di affiancare alla categoria della psicoanalisi classica quella della psicoterapia, espressiva e supportiva, mentre il grandioso Progetto della Menninger Foundation andava dimostrando in modo scientifico che quasi tutte le terapie che iniziano con le caratteristiche di un'analisi classica terminano assomigliando sempre più a una psicoterapia. Contemporaneamente, il lavoro con i pazienti adolescenti, sempre più diffuso dagli anni 1960 in poi, metteva i terapeuti di fronte a un'altra popolazione clinica il cui trattamento risultava assolutamente incompatibile con il sistema di regole definito dalla tecnica classica, che prevederebbe per il terapeuta un ruolo eminentemente neutrale, anonimo e astinente, e un'attiv