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Circa duecento anni di storia sono racchiusi in una documentazione iconografica che volutamente concede pochissimo spazio al testo e all'elaborazione concettuale, lasciando il lettore a confrontarsi con le immagini e con ciò che tali immagini evocano. Lo scenario presentato è quello di una istituzione nella quale venivano rinchiusi tisici, lebbrosi e “matti” (ai tempi dei tempi, ci si rivolgeva a loro col vocabolo di “indemoniati”), abbandonati lì per decenni, dimenticati da famiglie - se ne avevano - e certamente ignorati da quella psichiatria ottocentesca che, più che curare, sentiva l'obbligo di catalogare e contenere. Gli strumenti primordiali erano quelli di cui si possono ancora oggi vedere le vestigia: letti di contenzione, camicie di forza, sale docce per “raffreddare gli spiriti bollenti”, fino all'utilizzo apparentemente meno violento dell'elettroshock, dapprima impiegato senza troppe precauzioni e successivamente con la sedazione del malcapitato paziente.
Scorrono sulle pagine le fotografie delle celle con le sbarre alle finestre, i giacigli di legno sui quali si possono immaginare i reclusi abbandonati in situazioni igieniche precarie, e sembra quasi di ascoltare le urla e gli strepiti ai quali qualunque infermiere psichiatrico e qualunque giovane medico avrebbero dovuto presto abituarsi frequentando i corridoi del manicomio. E, in effetti, ci si poteva abituare anche a ben altro, come ai figli delle donne recluse nati in manicomio e lì rimasti a vivere la loro vita semplicemente perché non vi era alcun altro posto dove sistemarli. Storie di ordinaria follia, vissute a Palermo così come nell'ex-manicomio romano Santa Maria della Pietà ove, sul finire degli anni 1970, chi scrive ha avuto modo di incontrare diversi “figli della follia” perfettamente istituzionalizzati e angosciati dall'idea di poter, un giorno, essere “immessi nel territorio”.
Le fotografie in bianco e nero del manicomio di allora si alternano con le immagini a colori che testimoniano il div